Non gli avrei mai dato più di 7-8 anni, eppure non ho fatto una piega quando BB mi ha chiesto di portarlo nella saletta medica. E così, con la sua scheda aperta, ho scoperto che M ha solo un paio d'anni, nonostante le apparenze. Ha una tetraplegia congenita ed una gravissima atrofia muscolare. Non ho intenzione di star qui a spiegare ulteriori dettagli, non sono importanti e finirei anche per violare quella riservatezza che devo a lui anche se ancora non sono un medico.
Ho scartato l'idea di fare pediatria perchè credo che mi sarebbe particolarmente difficile veder soffrire dei bambini e non avere modo di porvi rimedio. Guariscono molto di più, più in fretta e meglio degli adulti, ma ovviamente in ospedale vedrei solo i casi più gravi, comprese praticamente tutte le morti. E questo non mi va. Lui, se fosse stato ricoverato, sarebbe finito in pediatria.
La cosa che più mi ha sorpreso è stato quello che ho provato per lui. Pensavo alla pena, al dispiacere, ad un senso d'impotenza e di profonda tristezza. Ed invece nulla di tutto questo mi ha sfiorato nelle lunghe ore che ho trascorso in sua compagnia. Ho sentito più volte la necessità di toccarlo, tenedogli la testa e carezzandogli i capelli mentre l'infermiere gli inseriva il cvc nel collo, date le minuscole ed imprendibili vene anticubitali. Gli ho parlato e l'ho sfiorato sulle braccia e tra le piccole dita di una mano per cercare di tranquillizzarlo. Ho aiutato la madre a svestirlo per prepararlo alla radiografia. Nessun disagio, solo tanta, tantissima voglia di rendermi conto che in quel corpicino tanto piccolo, strano e deformato c'era vita. Una vita che io, probabilmente, non avrei voluto vivere. Una vita a cui io, se potessi, nelle sue condizioni rinuncerei.
Sul volto della madre, non più giovanissima, i segni dei lunghi anni passati al suo capezzale, straziata nel vivere per un figlio sfortunato. Nelle sue parole la necessità di segnalare la grande intesa, di cercare la normalità negli occhi di un ragazzo rimasto bambino e completamente in balia del mondo che lo circonda, con solo misere possibilità di rapportarsi. Non dice una parola M, ma la madre ci assicura che lei lo capisce bene. Non ha mai potuto smettere di cambiargli il pannolino. Non l'ha mai potuto sentire pronunciare le prime parole e continua ad illuminarsi per ogni suo sorriso. Come se il tempo si fosse congelato e lui continuasse ad avere pochi mesi di vita dietro di sè, ora che probabilmente i pochi mesi di vita li ha davanti a sè.
Un'immagine surreale che mi ha passato ben poco della grande forza di cui molti raccontano. Io non so di cosa lui si renda conto, anche se spero che capisca ben poco. Io non ci vivrei nei suoi panni. La qualità prima della quantità. Ma da madre cosa farei? Lui non è in grado di dirci come la pensa in merito. Qual'è il senso di queste esistenze? E visto che loro non possono cambiare la situazione ma solo vivere quella che noi gli creiamo intorno, qual'è la migliore possibile?
Spero di rivederti. Magari in una situazione differente.








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